Febbraio - IL TETRO COMUNALE

Teatro Comunale. La Galleria

«Grazie dell’alto favore e del nobile riconoscimento. Mi auguro mi sia dato incontrare un giorno gli Amici lontani all’ombra dei monti».
Così scriveva Gabriele D’Annunzio, in un telegramma inviato nel 1912 alla Società Filodrammatica di Alvito, che, precedentemente dedicata a Giuseppe Giacosa, aveva voluto intrecciare la sua storia con il nome del poeta abruzzese.

Proprio nel 1912, e precisamente il 19 settembre, veniva inaugurato il nuovo Teatro comunale, il cui restauro, su progetto del Prof. Arch. Silvio Castrucci (1854-1919), permise di riaprirne i battenti alle attività culturali, le sole per le quali il locale doveva essere utilizzato, così come previsto dall’atto, un vero e proprio codicillo spirituale, con cui la cordata di 21 alvitani aveva donato, nel 1839, la dimora dell’antica feudalità alla cittadinanza (vedi Gennaio).

La nuova veste del locale, in stile liberty, seppur modificata in occasione dei restauri successivi al sisma del 1984, ha accolto fino ad oggi la popolazione in occasione della rappresentazione di commedie e drammi.

Questa più recente storia, oltre che testimonianza della vivacità artistica della cittadina ducale, e quindi della sua memoria collettiva, configura anche la cornice ideale entro cui cingere la storia più antica del locale ad uso di teatro.

Posto al primo piano di Palazzo Gallio, a conclusione del tardo-seicentesco scalone, è costituito da un ambiente rettangolare piuttosto ampio e coperto da una volta a padiglione. Sulla parte di essa che sovrasta la tribuna ancora riecheggia il fasto ducale, con la presenza centrale dello stemma Gallio, intrecciato con quello della famiglia Trivulzio, mentre ai due lati compaiono le armi della famiglia Bonelli (a sinistra) e di Papa Pio IV de’ Medici (a destra). In passato, infatti, lo stesso locale aveva avuto la funzione di “Sala del Trono”, luogo di rappresentanza per eccellenza della feudalità cominese.

Rappresentazione (anni dieci del XX sec.) nel Teatro comunale

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